Non è vero che i bambini coccolati crescono viziati!
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E se poi prende il vizio? Il libro di Alessandra Bortolotti

Martedì 09 Luglio 2013

Non prenderlo in braccio, altrimenti non te lo togli più di dosso”.

Non dormirci a letto insieme, altrimenti te lo ritrovi sempre in mezzo a voi due”.

Se ogni volta che piange corri lì a giocarci viene viziato”.

Ma già lo allatti? Non fai passare almeno tre ore tra una poppata e l’altra?” E come lo tengo fino a tre ore? Questo tra un po’ mi si mangia viva.

Eh, è un furbacchione lui. Piange per farvi sentire in colpa”. A dieci giorni di vita?

Insomma, mi sono ritrovata così, con questo esserino urlante in braccio, dopo tre giorni di “caserma” in ospedale, dove avevo dovuto vederlo poco e male, dove lui urlava senza essere ascoltato dalle infermiere troppo impegnate ad occuparsi di almeno un’altra quarantina di bambini.

Volevo stringerlo, coccolarlo, dargli calore per rimediare a quei giorni in cui non ero riuscita neanche ad allattarlo come si deve. Ora che avevamo preso il via con allattamento e il resto non ce la facevo a farlo piangere per mezz’ora o un’ora, quando ci provavo lui non demordeva, piangeva fino a farsi mancare il respiro, e io accorrevo in suo aiuto e mi sentivo una debole. Una madre incapace.

Poi sono arrivate le opinioni avverse: “Ma che fai, lo fai piangere così? I bambini così piccoli non hanno vizi ma necessità”.

Ma che fai, non lo prendi in braccio? Ma fino a qualche giorno fa questo piccolino se ne stava al caldo della tua panciona, cullato dal battito del tuo cuore, con luci e suoni soffusi. È chiaro che ora ha bisogno di te

Un bambino di quattro o cinque anni che batte i piedi per farsi comprare un giocattolo è viziato, mica questo cucciolotto che vuole solo un abbraccio, scusa”.

Così altri sensi di colpa. Perfetto. Ora ero passata ad essere una madre assente che faceva mancare il calore al suo piccolo. Quindi cosa avrei dovuto fare?

Ok, potrei avere un atteggiamento schizofrenico”, proponevo, ormai esausta, al suo papà, “lo prendo in braccio, lo coccolo e poi lo mollo da solo in cameretta finché non crolla stremato. Lo allatto quando vuole lui ma poi lo stacco e faccio passare tre ore. Comunque mai da un solo seno. Dicono. Lo faccio piangere ma poi lo consolo.Lo nutro, ok, ma il ruttino col cavolo: o impara a farlo da solo o niente! Gli faccio vedere un giocattolo e ci giochiamo insieme ma poi lo butto al secchio, altrimenti ci si lega troppo affettivamente e cresce debole. Mi affaccio per farmi vedere mentre è in culla ma non mi avvicino e non lo tocco. Lo…”.

Così viene fuori un serial killer e ci fa fuori nel sonno appena possibile”, più o meno queste le parole della mia dolce metà.

Tra gli ultimi mesi di gravidanza e i primi tre mesi di vita del mio piccolo ho letto manuali di puericultura più o meno scientifici, più o meno ironici. Tutto più facile a dirsi che a farsi. Sognavo un bambino modello e invece è uscito fuori un pupo che (grazie al cielo) ha un caratterino tutto suo.

Tra le letture che mi hanno aiutato di più c’è stata questa: “E se poi prende il vizio?”, di Alessandra Bortolotti. Finalmente qualcosa di diverso dal solito “manuale di istruzioni per poppanti” stile Ikea, di quelli che ti fanno sentire inadeguata se tuo figlio non risponde allo stimolo X con la reazione Y, come se fossimo tutti omologati in serie.

Ormai chi mi segue un po’ lo sa che questi ragionamenti, per quanto comodi agli adulti, non mi hanno mai convinto. Anche se, da neo mamma, sono ancora alla ricerca della strada giusta. In quelle pagine mi sono ritrovata moltissimo nelle considerazioni circa le “mode” del momento, seguite quasi ciecamente da moltissimi genitori, mode che non tengono conto della specificità del bambino, privandolo di dignità, e della sua famiglia.Finendo per far sentire eternamente in colpa i genitori del pargoletto se solo vogliono allattarlo una volta di troppo o, apriti cielo, calmare il suo pianto coccolandolo in braccio.

Questo libro cerca di dare a mamma e papà gli giusti strumenti per riflettere e trovare la propria strada, sgomberandola dai preconcetti delle mode intorno, riportando risultati di ricerche scientifiche. Con tanto di bibliografia, cosa ormai rara (aimè!) in molti dei libri per genitori che ho letto. Per la serie: “E’ così perché lo dico io, che sono l’autore e-se-permetti-ne-so-più-di-te”.

Come l’autrice precisa in più di un passaggio, ascoltare il pianto di un bambino e rispondere alle sue esigenze non significa, appunto, viziarlo o crescere un despota alle cui volontà dovremo piegarci finché non raggiunge la maggiore età e se ne va di casa. Diversa cosa è capire che il bisogno di amore, calore e protezione del neonato non deriva dalla sua natura demoniaca, che lo spinge e voler vedere soffrire i propri genitori privandoli di sonno e tempo libero.

Sembra un’affermazione scontata ma ho notato, da neofita del campo “maternità”, che ultimamente c’è quasi questa tendenza a considerare il poppante in questo modo. Certo, alcune idee, per quanto supportate da studi e letteratura medica, sono un po’ “audaci”, dal mio punto di vista. Anche se la scoperta della fascia porta bebè, ad esempio,mi abbia aiutato in maniera incredibile e non smetterò mai di benedirla, non ce la farei ad abbandonare del tutto il passeggino, visto invece in queste pagine come uno strumento che allontana mamma e figlio.

Sebbene la mattina, dopo la poppata  delle 6, ci piace spupazzarci il piccoletto nel lettone e il più delle volte lui passa da me al papà in una serie infinita di baci, io e mio marito non ce la faremmo a dormire con lui. Per una questione di paura, più che altro. Io comunque ho dormito nel lettino in camera dei miei per sei anni, per problemi di spazi in casa, e quando ci siamo trasferiti e ho avuto una cameretta tutta mia non ho avuto nessun trauma, anzi. Ero ben lieta di levarmi di torno quei due rompiscatole.

Questo per rispondere a chi “se non lo abitui a dormire in camera da solo poi non ci riesci più”: ogni bambino è un mondo a sé. Io non ho avuto problemi, altri magari l’hanno vissuta male, ma non si può generalizzare a mio avviso.

Allattare per tre anni, come suggeriscono alcune pagine del libro? Non credo ce la farei, anche se mi piacerebbe portare avanti l’allattamento il più a lungo possibile.

Di certo però concordo con l’autrice sul fatto che molto spesso le mamme che allattano al seno, soprattutto quelle che lo fanno a richiesta, sono bersagliate di sguardi che giudicano, pareri non richiesti, disapprovazione, come se si trattasse di un reato, invece che di un atto di amore. Un po’ come se qualcuno entrasse in camera da letto mentre siamo col nostro partner e si mettesse a pontificare su come portiamo avanti i preliminari.

Secondo questo libro dovremmo rivalutare quei metodi che con il tempo sono andati perduti per far fronte ai nuovi impegni della mamma e del papà, sempre fuori casa, sempre di corsa dietro ai loro mille lavori, sport, amici e passioni. Come se il bambino dovesse adattarsi ai ritmi del genitore, sin da subito, sin dai primi giorni di vita, e non fosse invece meglio venirsi incontro l’uno con l’altro.

Io per prima sono stata nervosa, quando mi sono resa conto che avrei dovuto cambiare i miei tempi e le mie abitudini ma poi ho pensato che io questo rischio lo conoscevo sin dall’inizio e che il figlio l’ho voluto comunque. Perché anche se devo farmi in quattro anche solo per fare la spesa e ho dovuto dimezzare le occasioni mondane, ho tanto altro in più nelle mie giornate. Ma non voglio entrare nel merito, toccherei temi morali che sarebbe troppo lungo (e presuntuoso) affrontare.

Per concludere, sono ancora alla ricerca della nostra strada e sicuramente questo testo mi ha dato tanti spunti per trovarla, ma mi chiedo anche: portare i bambini in fascia per trasmettergli calore e farli stare accanto alla mamma, il co-sleeping, l’allattamento a richiesta eccetera, sono concetti che “stanno troppo avanti” per le mamme di oggi o sono invece “troppo indietro”?

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